Nulla succede per caso

Mi son trovato tra le mani il resoconto dei dieci giorni trascorsi nel 1875 dallo studioso di archeologia don Gaetano Chierici nella selvaggia Montecristo,  a trent’anni dalla pubblicazione del celebre romanzo di Alexandre Dumas.
Contemporaneamente ho scoperto su Youtube un video su Montecristo di Ennio Boga, un commercialista di Milano con la vocazione del naturalista e del documentarista.
E nella mente è subito riaffiorato il sentimento di solitudine e di sacro che ho vissuto la prima volta che ho visitato l’isola… e anche nelle visite successive.
Alla fine degli anni novanta, come oggi, era difficile potersi recare sull’isola, anche per i residenti (Montecristo fa parte del comune di Portoferraio).
Dico subito che ci sono andato non per altro che in qualità di guida ambientale, accompagnando una scolaresca del nord Italia.
Non essendoci mai stato prima mi ero ben documentato, ma poi ho scoperto che l’idea che mi ero fatta equivaleva alla descrizione di un cappuccino fatta a un marziano.

 

La differenza tra il leggere e il vivere

Che l’isola emergesse dal mare con ripida e nuda roccia granitica, dà l’idea, ma vederla dall’imbarcazione mi è apparso surreale e anche inquietante.
L’arrivo a Cala Maestra, l’unico punto (è proprio il caso di dire “punto”) d’approdo dell’isola, è rassicurante.
La minuscola spiaggia e la vegetazione intorno al caseggiato del custode che in questo contesto viene giustamente chiamato “villa reale”, costruito nel 1852  dall’inglese George Watson Taylor, fanno pensare di non essersi persi in una fessura spazio-temporale.
La gentile accoglienza dei forestali e dei custodi, unici abitanti dell’isola, non fu sufficiente a farmi rientrare completamente nell’allora XX secolo.

Non era una bella giornata, piovigginava e l’escursione al monastero si prospettava più impegnativa del solito a causa dei lastroni di granito che, ricoperti di licheni, con l’umidità diventano pericolosamente scivolosi.


Tutto concentrato in poco spazio e tanto cielo

Il monastero consiste nelle rovine di una chiesa e di un annesso convento benedettino camaldolese dei primi del 1200, da secoli e ancora oggi, frequentate più dalle capre selvatiche che dagli umani.
Il rudere si trova a circa 400 metri sul livello del mare, ma non è stato costruito nel punto più alto dell’isola che si trova 200 metri più in alto, dove furono i romani a costruire il loro tempio.
La costruzione si trova a poca distanza da una grotta nel granito che ha dato origine a tutto l’impianto, oggi chiamata la “Grotta del Santo”. In questo riparo naturale, fornito di una sorgente d’acqua, nell’a. D. 455 prese rifugio il vescovo siciliano San Mamiliano, in fuga dall’Africa, dove era stato condotto in catene dai Vandali.
L’avventurosa vita di San Mamiliano si concluse pochi anni dopo, nel 460, evidentemente la sua vita santa e prudentemente eremitica a causa delle invasioni barbariche di quei secoli, costituì un esempio e pose le fondamenta di una sacra tradizione che culminerà in pieno medioevo con la costruzione del monastero.
Faro luminoso di fede e preghiera, per tre secoli il monastero camaldolese si arricchì anche materialmente, grazie ai tributi che ai monaci provenivano dal continente, dalla Sardegna e anche dalla Corsica.
Forse fu proprio questa fama di opulenza che attrasse uno dei più temibili tra i pirati che abbiano scorrazzato per il Mediterraneo, il turco Dragut.
Dal 7 agosto 1553, data del saccheggio e della rovina del monastero, alla metà del 1800, quando fu acquistata da G.W. Taylor, l’isola deve essere rimasta in un immobile silenzio, sotto quel cielo immenso e pulito, abbracciata da un mare grandissimo, appena increspato da qualche legno che ogni tanto prendeva rifugio per necessità o per disperazione, in una delle sue tante piccole cale dirupate.

 

Con la mente tra santi e briganti

Per tutto il tempo di quella giornata di tanti anni fa, sono stato rapito in questi pensieri, ogni passo, ogni gradino scavato nel granito, ogni sguardo intorno a quel paesaggio ruvido e arcano, ogni pietra dell’ascetico monastero, mi parevano avere una storia da raccontare, forse più di una.
Immaginavo, la tracotanza dei popoli antichi che si combattevano nel mare antistante con le armi chimiche d’allora (vipere lanciate sul ponte della nave nemica in vasi di coccio), l’imperium dei romani che collocarono la loro principale divinità sul colle più alto a dispetto della sua inaccessibilità, l’ardore dei primi eremiti, la santità e le debolezze dei monaci, il terrore saraceno e l’oblio, il romanticismo dei Taylor e la durezza del micro penitenziario all’indomani dell’unità d’Italia.
Ma più che altro nel mio ricordo è vivido l’intrecciarsi di queste immagini con la solitudine (anche se parlare di solitudine alla testa di una scolaresca di liceali appare una contraddizione) e l’isolamento di questi luoghi: insieme al profumo del mare e dell’elicriso pare di respirare una pace e un’inquietudine che richiede concentrazione e silenzio e che obbliga ad uno sguardo interiore.

Sì, questo ambiente ti obbliga a ripiegare lo sguardo dall’esterno all’interno; questo è strano, poiché non ho mai visto un panorama più affascinante, eppure quest’isola non è fatta per la mondanità, è l’isola della grotta del Santo, il riparo in mezzo al mare, la perfetta metafora del rifugio e del ri-trovarsi, anzi è più di una metafora, è un campo magnetico d’ispirazione e di ricerca interiore.

In questo breve video del Parco Nazionale girato dal bravo Ennio Boga, ho avuto l’impressione che vibrasse lo stesso sentimento di gradevole smarrimento dell’io di fronte all’invulnerabile fragilità della Natura e mi piace condividerlo anche con chi a Montecristo non ci andrà mai.

 

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